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Il Piano Kalergi per l'Europa

Teoria del complotto sul piano Kalergi

[Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.]

La teoria del complotto sul piano Kalergi è la credenza che esista un piano (chiamato piano Kalergi) d'incentivazione dell'immigrazione africana e asiatica verso l'Europa al fine di rimpiazzarne le popolazioni[1][2][3]. Prende il nome dal filosofo austriaco Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi (1894-1972), paneuropeista storico, cui viene attribuita la paternità di tale piano, soprattutto da ambienti nazionalisti di estrema destra ma anche leghisti e separatisti[4][5].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La teoria fu elaborata dal negazionista austriaco Gerd Honsik (condannato in due occasioni, nel 1992 e nel 2009, per avere pubblicamente negato la verità storica dell'Olocausto[6]) nel suo libro Addio Europa[7] attraverso un'opera di selezione, rielaborazione e decontestualizzazione delle idee di Kalergi[6]. Questi, fondatore nel 1922 dell'Unione Paneuropea, aveva espresso, nella sua opera Pan-Europa. Un grande progetto per l'Europa unita e fin dalla fine della prima guerra mondiale, a ferite del conflitto ancora aperte, la necessità di un'integrazione continentale al fine di favorire la pacifica convivenza dei popoli. Inoltre, nel libro Praktischer Idealismus (1925), distingueva tra «uomo rustico», figlio dell'endogamia, forte di volontà ma debole di spirito e «uomo urbano», frutto della mescolanza razziale (Blutmischung), povero di carattere ma ricco di spirito[8], preferendo quest'ultimo in quanto più propenso al mantenimento della pace e auspicandosi una sua diffusione su scala mondiale, quindi non strettamente europea[8].

Tali concetti furono alla base della reinterpretazione di Honsik[6], il quale li rilesse in chiave di annullamento delle identità nazionali e locali, d'imposizione del meticciato etnico e di «genocidio» dei popoli europei per sostituirli con quelli asiatico-africani al fine di ottenere un'etnia indistinta di docili consumatori piegati al mercato e al desiderio di dominio mondiale da parte di non meglio precisate élite economiche[3][6].

Nonostante nel citato Praktischer Idealismus Kalergi si limiti alla critica di tesi quali quelle della razza superiore della mistica nazionalistica tedesca e del superuomo nietzschiano, Honsik suggerisce che ivi si possano leggere le linee del presunto piano da lui denunciato: in realtà, lungi dal teorizzare nel suo Pan-Europa un'egemonia élitaria, Kalergi ipotizza unicamente un'unione confederata di Stati tra le diverse potenze europee con la garanzia reciproca della sovranità individuale e il rispetto delle diverse culture europee, in controtendenza agli ideali imperialistici e totalitari dell'epoca[3][6].

Nel secondo decennio del XXI secolo alcuni fattori, tra i quali la perdita di posti di lavoro e di stabilità economica in Europa a seguito della recessione del 2007 — i cui effetti hanno colpito in maniera più o meno pesante tutte le economie continentali — e l'afflusso in Europa di centinaia di migliaia di rifugiati e di migranti africani e asiatici in fuga dalle guerre e dalle precarie condizioni economiche[9][10][11] hanno favorito la diffusione delle teorie di Honsik soprattutto tra le persone più colpite dagli effetti della crisi economica[12]; in Italia tale teoria ha trovato diffusione tramite la Lega, per voce del suo leader Matteo Salvini e, a seguire, attraverso altri gruppi populisti di destra.[3][13], nonché grazie a commentatori di un certo rilievo mediatico come Claudio Messora, quando era responsabile della comunicazione del Movimento 5 stelle al Senato e al Parlamento Europeo[14], o Diego Fusaro[15], saggista attestato su posizioni di critica della modernità e del capitalismo[16], o il giornalista e scrittore Magdi Allam[17].

La teoria del complotto così elaborata sostiene che tale fenomeno migratorio fosse da lungo tempo programmato, voluto e incentivato da non meglio specificate élite al fine di giungere a un'unica razza meticcia euro-asiatico-africana, un «gregge multietnico senza qualità e senza coscienza» che sostituisca le popolazioni residenti nel continente e che sia più «facilmente manipolabile» dalle citate élite[3][6][13]; a detta di chi denuncia tale presunto piano, camuffato sotto la promozione dell'integrazione europea, sarebbe quindi in corso un tentativo di «genocidio programmato» avente come scopo e conseguenza finale «l'annullamento dell'individuo»[13].

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Il Piano Kalergi: LA VERITA'. Matteo SimonettiUI il testo originale in Tedesco del Libro "DAS PAN-EUROPAISCHE MANIFEST"

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"La verità sul piano Kalergi" - trailer del libro di Matteo Simonetti

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Piano Kalergi-invasione dell'Europa

Don Curzio Nitoglia - 21 Set. 2005

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Third Millennium - USA Drought - California Drought & Fires

The Present Status of Art ..... (Great!)

.....and the Answer with Solutions for the Future


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No, no, no !! My Dear Prof. Kaku, I like you and your devotion to the Physics & Astronomy. But, in the subject of the Infrastructure Engineering for Agricolture and General Utilities in North America, you have to read the Proposal of the Millennium Solution to solve the present drought in USA (and Mexico) that is known as NAWAPA Project!

Watch below, please!

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TOUR of NAWAPA

 

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Solutions to California's Drought Crisis

or, more, HERE: https://radiocomunicazioni.org/index.php/water-crisis/14-water-crisis

[credits: LaRouchePAC] 

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Same Water Problems in Saudi Arabia

All smart and promising ... but I don't think there are currently many Saudi citizens ready to work in the desert and become farmers, in the old meaning of the word. Instead, I think they could create a new way of doing "agriculture", perhaps by mechanizing work and importing large amounts of labor from poor countries, a bit like the Gulf Emirates (and beyond) do to transform their villages. in modern mega cities.

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23-24 Agosto...tanti anni fa...ma non si deve dimenticare!

Estate 2020- Mete Improbabili e Impossibili da Visitare al normale Pubblico

"Cristiani contro Cristiani"

 [La stanza del Museo NON è visitabile dal Pubblico....]

La notte di San Bartolomeo è il nome con il quale è passata alla storia la strage compiuta nella notte tra il 23 e il 24 agosto 1572 dalla fazione cattolica ai danni degli ugonotti a Parigi in un clima di rivincita indotto dalla battaglia di Lepanto e dal crescente prestigio della Spagna. La vicenda è nota anche come strage di San Bartolomeo o massacro di San Bartolomeo.

Il massacro ebbe luogo a partire dall'ordine di Carlo IX di uccidere l'ammiraglio Gaspard de Châtillon, ferito pochi giorni prima in un attentato, e altri esponenti protestanti. Il contesto erano le nozze fra la sorella del re, Margherita di Valois (la nota "regina Margot"), e il protestante Enrico IV di Borbone, re di Navarra e futuro re di Francia, considerate un atto di riconciliazione tra cattolici e protestanti, in occasione delle quali erano confluiti a Parigi migliaia di ugonotti.

Gli organizzatori persero però il controllo della situazione e l'eccidio divenne indiscriminato, estendendosi ad altri centri urbani e alle campagne e durando diverse settimane. Secondo le stime moderne morirono tra 5.000 e 30.000 persone, compresi donne e bambini. A nulla valse l'ordine, giunto dal re il 24 agosto, di cessare immediatamente gli omicidi: la strage proseguì, diventando - secondo una definizione diffusa - «il peggiore dei massacri religiosi del secolo»[1] e macchiando il matrimonio reale con il nome di «nozze vermiglie».[2] 

[fonte: Wikipedia.it - https://it.wikipedia.org/wiki/Notte_di_san_Bartolomeo ]

[The Young Pope - trailer - source: Youtube]

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Sapiens - da animali a dèi

Estratto dal libro di Yuval Noah Harari:

"Sapiens - da animali a dèi"

Parte Terza: L'unificazione dell'Umanità

  

        Quando "loro" diventarono "noi"

Gli imperi hanno giocato un ruolo decisivo nell'amalga­-

mare molte piccole culture in poche culture più grandi. Le

idee, le persone, i prodotti e le tecnologie si propagavano più

facilmente all'interno dei confini di un impero che in una

regione politicamente frammentata. Spesso erano gli stessi

imperi a diffondere deliberatamente le idee, le istituzioni,

i costumi e le norme. Una motivazione stava nel fatto che

ciò facilitava loro le cose. E difficile governare un impero

in cui ogni piccolo distretto ha un proprio sistema di leggi

e di scrittura, una propria lingua e una propria moneta. La

standardizzazione fu un grande vantaggio per gli imperatori.

   Gli imperi diffusero attivamente una cultura comune

anche per un' altra ragione, altrettanto importante: per ac­-

quisire una legittimazione. Per lo meno dai tempi di Ciro

e di Qin Shihuangdi, gli imperi hanno giustificato le loro

azioni - fossero costruzioni di strade o bagni di sangue -

come necessarie a diffondere una cultura superiore, da cui

i popoli conquistati avrebbero tratto beneficio più ancora

degli stessi conquistatori.

   I benefici talvolta erano rilevanti (mantenimento dell'or­-

dine pubblico, pianificazione urbana, unificazione dei pesi

e delle misure); e talvolta erano invece assai discutibili (tas­-

se, coscrizione, culto dell'imperatore). Ma di solito le élite

imperiali credevano sinceramente di lavorare per il benes­-

sere generale di tutti gli abitanti dell'impero. I membri della

classe dirigente cinese trattavano i confinanti del loro paese

e i sudditi stranieri come barbari miserabili cui l'imperatore

doveva portare i benefici della cultura. Il Mandato Celeste

era conferito all'imperatore allo scopo non già di sfruttare il

mondo, ma piuttosto di educare l'umanità. Anche i Romani

2 giustificavano il proprio dominio sostenendo di portare ai

barbari pace, giustizia e cultura. I selvaggi Germani e i Gal­-

li erano vissuti nello squallore e nell'ignoranza prima che i

Romani venissero a domarli con la legge, a ripulirli grazie

ai bagni pubblici, a istruirli con la filosofia. Nell'India del

III secolo a.C.l'impero Maurya credeva che la sua missione

fosse portare a un mondo ignorante gli insegnamenti del

Buddha. I califfi musulmani ricevevano un mandato divino

per diffondere le rivelazioni del Profeta: se possibile, pacifi­-

camente; ma se necessario, con la spada. L'impero spagnolo

e quello portoghese proclamavano che non erano le ric­-

chezze che essi cercavano nelle Indie e in America, bensì le

conversioni alla vera fede. II Sole non tramontava mai sulla

missione britannica di diffondere il doppio vangelo del li­-

beralismo e del libero mercato. I sovietici si fecero un dove­-

re di facilitare l'inesorabile marcia che avrebbe portato dal

capitalismo alla dittatura del proletariato. Molti americani

oggi sostengono che il loro governo ha l'obbligo morale di

portare ai paesi del terzo mondo i benefici della democrazia

e dei diritti umani, anche se questi beni vengono consegnati

da missili Cruise e da aerei F-16.

   Di rado i concetti culturali propagati dagli imperi sono

stati una creazione esclusiva dell'elite al potere. Dato che la

visione imperiale tende a essere universale e inclusiva, era

relativamente facile per le elite imperiali adottare idee, nor-­

me e tradizioni da qualsiasi fonte disponibile, piuttosto che

fissarsi fanaticamente su una singola striminzita tradizione.

Anche se alcuni imperatori cercarono di purificare le proprie

culture e di ritornare a quelle che consideravano le loro radi­-

ci, nella maggior parte dei casi gli imperi generarono civiltà

ibride che assorbivano moltissimo dai popoli assoggettati. La

cultura imperiale di Roma era greca quasi quanta romana.

La cultura imperiale abbaside era in parte persiana, in parte

greca, in parte araba. La cultura imperiale mongola imitava

quella cinese. Negli Stati Uniti dei nostri giorni, un presiden­-

te di sangue keniota può sbocconcellare una pizza italiana

guardando uno dei suoi film preferiti, ad esempio un kolos­-

sal inglese sulla ribellione araba contra i turchi.

    Non che questo melting pot rendesse più facile per i vinti

il processo di assimilazione culturale. La civiltà imperiale

poteva aver assorbito tanti contributi provenienti dai vari

popoli conquistati, ma l'ibrido che ne risultava restava qual-­

cosa di estraneo per la grande maggioranza della gente. Il

processo di assimilazione fu spesso doloroso e traumatico.

Non e facile rinunciare a una tradizione locale familiare e-

amata, così come è difficile e logorante arrivare a compren­-

dere e sposare una cultura nuova. Ancora peggio, anche

quando i popoli assoggettati furono capaci di adottare la

cultura imperiale, potevano passare decenni, se non secoli,

prima che l’élite imperiale li accettasse come parte di un

"noi". Coloro che vissero fra la conquista e l’accettazione

vennero esclusi. Avevano già perduto l’amata cultura locale,

ma non fu consentito loro di partecipare da pari al mondo

imperiale. Al contrario, la cultura che avevano scelto conti-­

nuava a considerarli dei barbari.

    Immaginate un iberico di buona famiglia vissuto un se­-

colo dopo la caduta di Numanzia. Egli parla il nativo dia­-

letto celtico quando è con i suoi genitori, ma ha imparato

a esprimersi in un latino impeccabile, a parte un lieve ac­-

cento, perché deve condurre la sua azienda e trattare con

le autorità. E’ indulgente riguardo al debole che sua moglie

manifesta per gli ornamenti elaborati, ma la cosa che un po’

lo imbarazza è che lei, come altre donne del posto, conser­-

vi questa residuo di gusto celtico; sarebbe più contento se

optasse per la semplicità dei gioielli che indossa la moglie

del governatore ramano. Lui stesso veste la tunica romana

e, grazie al suo successo come mercante di bestiame (do­-

vuto in non piccola parte alla sua perizia nel districarsi tra

le complessità delle leggi commerciali romane), è arrivato

a costruirsi una villa in stile ramano. Tuttavia, anche se è

capace di recitare a memoria il terzo libro delle Georgiche

di Virgilio, i Romani lo trattano ancora come fosse un semi-

4 barbaro. Si rende conto, con un senso di frustrazione, che

non sarà mai in grado di ottenere un incarico governativo o

uno dei posti davvero importanti nell'anfiteatro.

    Verso la fine del XIX secolo, a molti indiani istruiti veniva

impartita, da parte dei padroni britannici, una lezione dello

stesso tipo. Un famoso aneddoto parla di un ambizioso in­-

diano che padroneggiava tutte le finezze della lingua inglese,

prendeva lezioni di ballo secondo il modo occidentale e si

era anche abituato a mangiare con coltello e forchetta. Or­-

mai dotato di queste nuove maniere, partì per l'Inghilterra,

studiò legge allo University College di Londra e divenne un

qualificato avvocato patrocinante. Eppure questo giovane

uomo di legge, vestito di giacca e cravatta, fu fatto scendere

da un treno nella colonia britannica del Sudafrica; questo,

perché aveva insistito a voler viaggiare in prima classe, invece

di accontentarsi della terza, prevista per le "persone di colo­-

re" come lui. Si chiamava Mohandas Karamchand Gandhi.

    In alcuni casi i processi di acculturazione e assimilazio­-

ne riuscirono alla fine ad abbattere le barriere tra i nuovi

venuti e la vecchia élite. La popolazione conquistata non

percepiva più l'impero come un sistema straniero di occu­-

pazione, e il popolo conquistatore giungeva a considera­-

re i sudditi alla stregua di propri simili. Ormai governanti

e governati si vedevano reciprocamente non in qualità di

"loro", ma di "noi". Alla fine tutte le genti assoggettate

a Roma, dopo secoli di governo imperiale, ricevettero la

cittadinanza romana. Molti non romani divennero alti uf­-

ficiali delle legioni romane e vennero eletti in Senato. Nel

48 d.C. l'imperatore Claudio fece entrare al Senato diversi

notabili galli, "i cui costumi", osservò in un discorso, "la

cui cultura e i cui legami di matrimonio si sono mescolati

con i nostri". Certi senatori con la puzza sotto il naso pro­-

testarono di fronte al fatto che venissero lasciati entrare

nel cuore del sistema politico romano quelli che erano stati

dei nemici. Ma Claudio rammentò loro una scomoda ve­-

rità: molte delle loro famiglie senatoriali discendevano da

5 tribù italiche che un tempo avevano combattuto Roma e

che solo in seguito erano state gratificate della cittadinanza

romana. E in effetti, rammentò loro l'imperatore, persino

la sua stessa famiglia era di discendenza sabina.'

   Durante il II secolo d.C. Roma fu governata da una serie

di imperatori nati nella penisola iberica, nelle cui vene scor-­

reva probabilmente almeno un po' di sangue iberico locale.

I regni di Traiano, Adriano, Antonino Pio e Marco Aure-­

lio sono considerati generalmente l'età dell' oro dell'impe­-

ro. In seguito, tutte le barriere etniche furono abbassate.

L'imperatore Settimio Severo (193-211) era il rampollo di

una famiglia punica della Libia. Eliogabalo (218-222) era

siriano. L'imperatore Filippo (244-249) era chiamato confi­-

denzialmente (ed è rimasto noto come) "Filippo l'Arabo". I

nuovi cittadini dell'impero adottarono la cultura imperiale

di Roma con così tanto zelo che, per interi secoli e persi­-

no millenni dopo la scomparsa dell'impero, continuarono

a parlare la lingua dell'impero, a credere nel Dio cristia-­

no - che l'impero aveva adottato da una delle sue province

levantine - e a vivere seguendo le leggi dell'impero.

   Un processo simile si verificò nell'impero arabo. Quan­-

do venne costituito, a metà del VII secolo d.C., si basava su

una netta divisione tra l'élite arabo-musulmana e i popoli

sottoposti - Egizi, Siriani, Iraniani e Berberi - che non erano

né arabi né musulmani. Molti sudditi dell'impero adottaro­-

no gradualmente la fede musulmana, 1a lingua araba e una

cultura imperiale ibrida. La vecchia élite araba guardò que­-

sti parvenu con una profonda ostilità, temendo di perdere

l'unicità del proprio status e della propria identità. Con un

senso di frustrazione, i convertiti reclamavano un trattamen­-

to paritario nell'impero e nella comunità di fede islamica.

Alla fine ci riuscirono. Egizi, Siriani e Mesopotamici prese­-

ro a essere considerati come" arabi". Gli Arabi, a loro volta

- sia gli Arabi "autentici" dell' Arabia, sia quelli di nuovo

conio dell'Egitto e delia Siria -, finirono per essere dominati

sempre più spesso da musulmani non arabi, in particolare

dagli Iraniani, dai Turchi e dai Berberi. Il grande successo

del progetto imperiale arabo fu che la cultura imperiale da

esso creata venne adottata con convinzione da numerosi po­-

poli non arabi, i quali continuarono a sostenerla, svilupparla

e diffonderla - anche dopo che l'impero originario crollò e

gli arabi, quale gruppo etnico, persero il loro predominio.

   In Cina il successo del progetto imperiale fu ancora più

completo. Per più di 2000 anni un guazzabuglio di vari

gruppi etnici e culturali prima chiamati barbari furono in­-

tegrati con successo in seno alla cultura imperiale cinese e

diventarono cinesi Han (così denominati in base all'impero

degli Han, che governò la Cina dal 206 a.c. al 220 d.C.).

II risultato più incisivo dell'impero cinese sta nel fatto che

è ancora vivo e vegeto - anche se è difficile vederlo come

un impero, a meno di non osservarlo da regioni periferiche

come il Tibet e lo Xinjiang. Oltre il 90% della popolazione

cinese si considera, ed è considerata dagli altri, come Han.

   In modo analogo possiamo capire il processo di deco­-

lonizzazione degli ultimi decenni. Nell'era moderna gli eu­-

ropei conquistarono gran parte del globo con la scusa di

diffondere la superiore cultura occidentale. Ebbero un tale

successo che gradualmente miliardi di persone adottarono

molti aspetti importanti di quella cultura. Indiani, africani,

arabi, cinesi e Maori impararono il francese, l'inglese e lo

spagnolo. Cominciarono poi a credere nei diritti umani e

nel principio di autodeterminazione e ad adottare ideologie

occidentali quali il liberalismo, il capitalismo, il comunismo,

il femminismo e il nazionalismo.

   Durante il XX secolo, gruppi locali che avevano fatto

propri certi valori occidentali cominciarono a rivendicare

l'eguaglianza con i conquistatori europei, proprio in nome

di quegli stessi valori. Molte lotte anticoloniali furono com­-

battute sotto i vessilli dell'autodeterminazione, del sociali­-

smo e dei diritti umani, che erano tutti retaggi occidenta­-

li. Come gli Egizi, gli Iraniani e i Turchi avevano adottato

la cultura imperiale ereditata dagli originari conquistatori

arabi, così oggi indiani, africani e cinesi hanno accettato di

mantenere molti aspetti della cultura imperiale propagata

dai loro signori di un tempo, cercando di modellarla in ar­-

monia con le proprie necessità e tradizioni.

   

           I buoni e i cattivi nella storia

Si è facilmente tentati di interpretare la storia separando

con una linea netta i buoni dai cattivi, e collocando tutti

gli imperi tra i cattivi. Dopotutto si sa che quasi tutti gli

imperi sono stati fondati sul sangue e hanno mantenuto il

potere attraverso l'oppressione e la guerra. Eppure un gran

numero delle culture di oggi si basa sulla loro ereditato. Se gli

imperi sono per definizione cattivi, che cosa ci rivela questa

su di noi?

   Vi sono scuole di pensiero e movimenti politici che cerca­-

no di eliminare l'imperialismo dalla cultura umana, isolando

ciò che essi sostengono sia una civiltà pura e autentica, non

corrotta dal peccato. Queste ideologie sono, al meglio, inge­-

nue; al peggio, sono maschere ipocrite che celano nazionali-­

smo e fanatismo. Forse potreste sostenere che alcune fra le

tante culture che sorsero all'alba della storia fossero genuine,

non corrotte dal peccato e non adulterate da altre società,

Ma nessuna cultura, dopo quell'alba, può ragionevolmen­-

te fare propria tale rivendicazione; certo, nessuna cultura

oggi esistente. Tutte le culture umane sono almeno in parte

il retaggio di imperi e di civilizzazioni imperiali, e nessuna

operazione chirurgica - sia essa accademica o politica - po­-

trebbe mai rescindere tali legami senza uccidere il paziente.

   Pensate, per esempio, al rapporto di amore-odio tra la

Repubblica dell'India contemporanea e il Raj britannico

(cioè il subcontinente indiano prima dell'indipendenza). La

conquista e l’occupazione britannica dell'India costarono

la vita di milioni di persone e determinarono l'umiliazione

e lo sfruttamento continuativo di altre centinaia di milioni

di indiani. Eppure tanti indiani adottarono, con lo zelo dei

convertiti, idee occidentali come l’ autodeterminazione e i

diritti umani, e rimasero costernati quando i britannici si

rifiutarono di essere coerenti con i propri valori e di conce­-

dere ai nativi indiani o eguali diritti, in quanto sudditi bri­-

tannici, o l'indipendenza.

Ciò nonostante, lo stato indiano moderno è figlio dell'im­-

pero britannico. I britannici uccisero, offesero e persegui­-

tarono gli abitanti del subcontinente, però unificarono un

incredibile mosaico di regni, principati e tribù in lotta fra

loro, creando una coscienza nazionale condivisa e un paese

che cominciò a funzionare più o meno come una singola

unità politica. Gettarono le fondamenta di un sistema giu­-

diziario indiano, crearono la sua struttura amministrativa

e costruirono una rete ferroviaria che fu cruciale per l'in­-

tegrazione economica. L'India indipendente adottò, come

forma di governo, la democrazia occidentale nella sua in­-

carnazione britannica. L'inglese è tuttora la lingua franca

del subcontinente: una lingua neutrale che può essere usata

per comunicare tra chi parla hindi, tamil e malayalam. Gli

indiani sono appassionati giocatori di cricket e bevitori di

tè: due tradizioni inglesi. La coltivazione commerciale del tè

non esisteva in India fino alla meta del XIX secolo, quando

venne introdotta dalla British East India Company. Furono

i ricercati sahib britannici a diffondere il costume di bere il

te in tutto il subcontinente.

   A quanti indiani di oggi passerebbe per la mente di indi­-

re un referendum per privarsi della democrazia, dell'ingle-­

se, della rete ferroviaria, del sistema giudiziario, del cricket

e del tè, sulla base del fatto che tutte queste cose sono un

lascito dell'impero britannico? E se pure lo facessero, il fat­-

to stesso di indire una consultazione elettorale per decidere

sulla questione non dimostrerebbe forse il loro debito nei

confronti degli ex dominatori?

   Anche se volessimo disconoscere l' eredità lasciataci da un

impero brutale, sperando con ciò di ricostruire e salvaguar-­

dare la cultura "autentica" precedente, con tutta probabilità

non staremmo difendendo null'altro che il retaggio di un im­-

pero più antico e forse non meno brutale. Coloro che si dol­-

gono della mutilazione subita dalla cultura indiana da parte

del Raj britannico santificano inconsapevolmente il retaggio

dell'impero Moghul e del sultanato di Delhi. E chi cercasse

di recuperare la "genuina cultura indiana" purgandola dalle

influenze straniere di questi imperi musulmani, a sua vol­-

ta non farebbe che santificare i retaggi dell'impero Gupta,

dell'impero Kushan e di quello Maurya. Se un estremista del

nazionalismo indù intendesse distruggere tutti gli edifici la-­

sciati dai conquistatori britannici, come la stazione ferrovia-

ria di Mumbai, che cosa dovrebbe fare delle strutture lasciate

dai conquistatori musulmani dell'India, come il Taj Mahal?

La stazione ferroviaria di Chhatrapati Shivaji a Mumbai.

Nacque come Victoria Station in quella che allora si chiamava Bombay.

Gli inglesi la costruirono nello stile neogotico molto diffuso in Gran Bretagna

alla fine del XIX secolo. II governo nazionalista indù cambia i nomi

sia della città sia della stazione, ma non mostrò alcuna intenzione di abbattere

un simile maestoso edificio, anche se era stato costruito da oppressori stranieri.

II Taj Mahal. Un esempio di "autentica" cultura indiana,

oppure una creazione estranea all'India e opera dell'imperialismo musulmano?

 

In effetti, nessuno sa come risolvere la spinosa questione

dell' eredità culturale. Qualsiasi strada si prenda, il primo

passo è riconoscere la complessità del problema e accettare

il fatto che leggere semplicisticamente il passato operando

una divisione fra buoni e cattivi non porta da nessuna parte.

A meno che, naturalmente, non siamo disposti ad ammette-­

re che di solito seguiamo la pista dei cattivi.

 

         Il nuovo impero globale

 

A partire da 200 a.c. circa, la maggior parte degli umani

è vissuta all'interno di imperi. E sembra probabile che ciò

accadrà anche in futuro. Ma questa volta l'impero sarà ve­-

ramente globale.

   Con l'avvio del XXI secolo, il nazionalismo sta perdendo

rapidamente terreno. Sempre più persone ritengono che tut-­

ti gli esseri umani siano fonte legittima di autorità politica,

piuttosto che membri di una particolare nazionalità; e che

il faro che guida la politica debba essere la salvaguardia dei

diritti umani e la protezione degli interessi dell'intera specie

umana. Se e così, il fatto che siamo divisi in quasi duecento

stati indipendenti e più un impaccio che un vantaggio. Poi­-

che agli svedesi, agli indonesiani e ai nigeriani spettano gli

stessi diritti umani, non sarebbe più semplice se tutti loro

fossero salvaguardati da un unico governo globale?

   La comparsa di problemi che riguardano tutto il globo,

come lo scioglimento delle calotte polari, erode progressi­-

vamente la legittimità degli stati-nazione indipendenti. Nes­-

suno stato sovrano sarà in grado di affrontare da solo il ri­-

scaldamento del pianeta. II Mandato Celeste cinese era sta­-

to conferito dal Cielo per risolvere i problemi dell'umanità.

II moderno Mandato Celeste sarà conferito dall'umanità

per risolvere i problemi del cielo, come il buco nell'ozono e

l'aumento dei gas serra. II colore dell'impero globale potrà

forse essere verde.

Oggi il mondo pare ancora politicamente frammentato,

ma gli stati stanno perdendo velocemente la loro indipen­-

denza. Nessuno di loro è davvero in grado di attuare po­-

litiche economiche indipendenti, di dichiarare e condurre

guerre come e quando gli pare, e neppure di gestire i pro­-

pri affari interni come ritiene più opportuno. Gli stati sono

sempre più esposti alle trame dei mercati globali, all'inter­-

ferenza delle multinazionali e delle ONG e alla supervisione

dell'opinione pubblica globale e del sistema giudiziario in-­

ternazionale. Sono tenuti a conformarsi agli standard globa­-

li del comportamento finanziario, della politica ambientale

e della giustizia. Flussi di capitale, di lavoro e di informazio-

ne di enorme portata modellano il mondo con una crescen­-

te noncuranza nei confronti dei confini e delle opinioni dei

singoli stati.

   L'impero globale che si profila davanti a noi non è go­-

vernato da un particolare stato o gruppo etnico. In modo

analogo al tardo impero romano, e retto da un'élite mul­-

tietnica e tenuto insieme da una cultura e da interessi co­-

muni. In tutto il mondo è chiamato ad aderirvi un numero

sempre maggiore di imprenditori, ingegneri, esperti in vari

campi, studiosi, avvocati e manager. Essi devono valutare se

rispondere alla chiamata imperiale o rimanere fedeli al pro­-

prio stato e al proprio popolo. Sempre più numerosi sono

coloro che scelgono l'impero.

[credits: Bompiani S.p.A. Editore]

 

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IPI NTOMBI - Cape Town 1997

Published on Mar 10, 2013
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IPI NTOMBI the amazing South African musical, full-length! Here it is for fair use. No copyright infringement intended. A 2016 upload here: https://www.youtube.com/watch?v=5tH75... A co-production of Clive Morris Productions & Connecticut Public Television. Copyright Alnal Investments (Pty) Ltd 1997. You might like to read this: http://soulsafari.wordpress.com/2013/... Director/Music - Bertha Egnos (1912-2003) Book & Lyrics by her daughters - Gail (1942-2010) and Lucille Lakier Lucille Lakier Smith is a director at Songe Music Productions Ltd, Johannesburg, South Africa. Main cast members : Bride - Linda Sebezo Groom - Mfana "Jones" Hlophe Gospel lead singer - Velaphi Mnisi Singer in "Mother Mary" (25:28) - Stella Magaba Father/chief & company manager - Ken Gampu The Mama - Sophie Mgcina-Davids Priest - Joe Motsamai Female singer in "Moriva" (6:08) & traditional choreographer - Todd Twala Male lead dancer & traditional dances choreographer - S'bu Ngema Todd Twala was later co-founder of UMOJA. @ 2:47 The venerable lady in the front row looks quite like Bertha Egnos. ;-) Enjoy!

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